MIO PADRE

Era il 23 marzo 2017. Tu eri morta da poco più di due mesi. Papà stava molto male. Il giorno prima aveva subito un intervento urgente, fattogli da qualcuno che avevo visto per la prima volta solo il giorno della tua morte e che mi ha rivelato dei dettagli che non avrei potuto conoscere in quel momento.
 
Ero riuscito ad andare alla fiera dell’Annunziata con nostro figlio, l’unico suo nipote che portava il suo stesso nome, l’originale, amava dire tutto orgoglioso. Abbiamo incontrato lo zio, suo fratello, che preoccupato ci ha detto: “Pensi che stavolta la superiamo?”
 
E io, non so come, ho risposto: “Zio, mi farebbe piacere avere un papà per un altro paio di anni”.
 
Sembra proprio che tu e qualcun altro lassù abbiate ascoltato le mie parole, perché a poco a poco è migliorato e solo a quasi due anni da quel 23 marzo 2017, mio padre ci ha lasciati, dopo che i medici che lo hanno assistito nel suo ultimo mese di vita – e a cui tutti noi esprimiamo la nostra più sincera gratitudine – hanno fatto del loro meglio dal lato umano e professionale per accompagnarlo verso il suo traguardo, permettendo anche a noi di ascoltare e dire delle frasi cariche di sentimento mentre ci rendevamo conto di quello che stava per accadere, passo dopo passo, peggioramento dopo peggioramento.
 
Gli ho chiesto di salutarti quando ti avrebbe rivista e spero che tu, insieme a tutti i suoi cari, lo abbiate accolto nel migliore dei modi nella casa che in sogno mi ha mostrato di stare costruendo.
 

QUARANT’ANNI

Quarant’anni, e tu sei davanti alla tua torta. 

Forse l’hai fatta con le tue mani. Stai per soffiare la candelina ed esprimi il tuo desiderio.

“Desidero che sia stato solo un brutto incubo e voglio solo essere qui, insieme a tutti i miei cari, per continuare a vivere la vita con la semplicità che è sempre stata parte di me…” 

Non so quale sarebbe stato il tuo desiderio, ma forse questo è uno dei più probabili.

Buon compleanno, moglie mia.

 

Tiziana Lombardo non potrà festeggiare il suo quarantesimo compleanno insieme ai suoi cari. Il 5 gennaio 2017 ha perso la vita per cause che, dopo due anni di indagini, sono ancora al vaglio della Magistratura.

 

DUE ANNI

Due anni di traguardi piccoli e grandi, raggiunti con il sorriso dell’innocenza e la caparbietà che tu e la maggior parte dei bambini avete.

Poco meno di un anno fa hai cominciato a camminare. Sei caduta, ma ti sei rialzata sempre, insegnando qualcosa anche a noi. Ti abbiamo vista vivere, senza troppi pensieri, senza le preoccupazioni che noi adulti sembriamo crearci ad ogni occasione.

Ti abbiamo ascoltata chiamare con il giusto appellativo ogni persona che ti sta accompagnando nel tuo percorso, così come ti abbiamo ascoltato dire “Questa è la mamma mia” ogni volta che guardavi la foto del dolce sorriso di chi ti ha presentata a tutti noi dopo averti portata in grembo per nove mesi di dolcissima attesa.

E nel giorno del tuo compleanno, ti auguro, figlia nostra, di continuare a crescere godendoti ogni singolo istante del dono della vita, perché ce l’hai tutta davanti a te. Continua a farlo e continua a rialzarti, sempre.

AUGURI

Auguro ai nostri figli che anche nel prossimo anno possano imparare da ogni cosa, che si godano le cose belle e che sappiano affrontare quelle brutte al meglio delle loro possibilità. Che ci credano oppure no, voglio immaginare che, oltre a me e a chi li ama veramente, avranno sempre al loro fianco un angelo – che avrebbe certamente preferito essere ancora qui in carne e ossa – che li osserva e li guida verso l’indipendenza, passo dopo passo.

Auguro a me di avere sempre la forza di continuare a fare del mio meglio, affinché anch’io possa vivere degnamente la vita che merita di essere vissuta nonostante tutto.

Mi auguro che nel 2019 la Magistratura chiuda quelle indagini che durano ormai da due anni, in modo che tutti possano sapere ciò che noi già purtroppo sappiamo, e che si arrivi a un giusto processo dei presunti colpevoli nel più breve tempo possibile.

Auguro a tutti, me compreso, di poter vivere il 2019 diventando causa e non effetto di ciò che accade, e di avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, sempre e comunque.

IL CANTO DI NATALE

“Stanotte ti faranno visita tre spiriti!”

È un classico intramontabile, il canto di Natale di Dickens. Ricordo che tu e io ne abbiamo ascoltata una versione in audiolibro anni fa. “Che bella storia”, ci siamo detti abbracciandoci. Ieri sera, grazie a Laboart e alle compagnie teatrali che hanno collaborato alla sua realizzazione, ho potuto emozionarmi di nuovo, stavolta insieme al nostro ometto.

Il Natale e le feste mi riportano per forza di cose a ciò che ti è accaduto, a pensare ancor di più alla tua assenza così pesante; a pensare anche a chi, forse causa di questa tua assenza, può continuare a gioire come se non avesse svolto alcun ruolo nella tua morte, pur essendo ormai certo che le ore trascorse senza alcun intervento terapeutico sono state davvero troppe.

Ma la storia di Dickens ha qualcosa da insegnare anche a me: che posso continuare a concentrarmi sulla presenza così viva dei tuoi doni, quei figli meravigliosi che mi hai lasciato, che posso ancora apprezzare il vero spirito del Natale e le buone azioni che direttamente o indirettamente io e noi possiamo compiere: accompagnare un anziano nonno a far visita agli amici di un tempo e sentirsi grati di averlo fatto, per esempio.

E posso ricordarmi che il passato, per quanto doloroso sia stato, è già accaduto, mentre  il futuro è ancora tutto da scrivere, anche con ciò che faccio qui e ora, nel momento presente.

Grazie e buon Natale, dolce amore mio, anche per le lacrime che hanno solcato le mie guance nel vedere che persino il vecchio Scrooge ha avuto la sua opportunità di cambiare il corso della sua vita.

 

AGIRE DIVERSAMENTE

Ogni somiglianza è puramente casuale.

L’altro giorno mi hanno raccontato di qualcosa che è successo in un certo ospedale, in un certo reparto.

Una donna in preda ai dolori chiede l’aiuto di un’ostetrica. La donna non è da sola, ma è accompagnata dalla sorella, che non è stata ancora notata dalla sanitaria. L’ostetrica, appena uscita dalla stanza, chiama per telefono un altro medico e, dando espressamente della “scema” alla povera donna in travaglio, chiede come debba procedere, se per parto spontaneo o cesareo. La sorella della partoriente non crede alle proprie orecchie: ha dato della scema a sua sorella!

Comincia un litigio furioso tra le due donne: urla, capelli che vengono tirati, ceffoni e forse pugni.

Questa storia mi ha fatto tornare a quel giorno, ai momenti in cui qualcuno dall’esterno avrebbe potuto pensare che  avrei dovuto usare la violenza invece della forza d’animo, i pugni invece delle lucide domande.

E penso che, ore prima che la tua anima lasciasse il tuo corpo, né tu, né io eravamo consapevoli della gravità di quanto stava accadendo, loro invece sì.  

Dopo che ormai te n’eri andata – persino prima di quando ci è stato comunicato ufficialmente – la violenza non avrebbe portato ad alcun risultato, se non quello di farmi passare dalla parte del torto, dalla parte di chi non avrebbe mai più avuto accesso a quella verità che passo dopo passo si sta formando davanti ai nostri occhi increduli.

LA VASCA DA BAGNO

Immaginate di avere una vasca da bagno piena d’acqua.

Togliete il tappo. Il livello dell’acqua scenderà velocemente se non farete qualcosa, ma non riuscite ancora a trovare il tappo.

Allora aprite il rubinetto. Il livello dell’acqua scenderà molto più lentamente.

Alla fine trovate il tappo e lo mettete al posto giusto. Il livello dell’acqua si fermerà, e tenendo il rubinetto aperto raggiungerà il livello ideale.

Fermatevi un attimo.  

Immaginate ora che la vasca sia una persona, una persona che amate, oppure una vostra paziente se siete un medico.

Immaginate che l’acqua sia il suo sangue e che il buco da cui fuoriesce l’acqua sia la lesione che provoca l’emorragia.

Immaginate che il rubinetto aperto siano le trasfusioni e i farmaci che potrebbero mantenere il livello di sangue adeguato a far funzionare il suo cuore.

Immaginate che il tappo siano i chirurghi che fermano l’emorragia.

Lo avete immaginato?

E ora rispondete a questa domanda:

Prima di trovare e mettere  il tappo, voi cosa fareste?

PUOI SOLO OSSERVARE

Ci sono giorni in cui ti immagino seduta, con un vestito elegante e di colore rosso sangue, ad osservare tutto ciò che accade in questa corsa che ci affanniamo a correre ogni giorno.

Osservi i figli da cui hai dovuto separarti così presto e li ispiri a fare le scelte migliori, lasciando loro la libertà di commettere gli errori che servono a imparare.

Osservi me che scrivo, disegno, lavoro, mi prendo cura di noi, sbaglio e mi correggo.

Osservi i tentativi di fare in modo che qualcosa cambi.

Osservi i medici e le donne in dolce attesa, e vorresti fare in modo che la tua morte possa avere almeno il significato di salvare la vita di altri.

Ma puoi solo osservare.

Osservi tutto questo e tanto altro, mentre aspetti che il tempo che ci separa scorra, il tempo che per te, nell’eternità in cui ti trovi adesso, non è altro che un battito di ciglia.

VIAGGI

Ci sono dei viaggi che si fanno con la spensieratezza di chi si è appena sposato. Si salta in macchina e si parte, senza prenotare nulla, senza sapere cosa aspettarsi. Questo può accadere ogni giorno. A volte siamo noi a desiderare che accada. Siamo noi a farlo accadere. Altre volte no. Ma qualunque sia la destinazione, ci auguriamo di poterci godere il viaggio, perché siamo sempre noi e le persone con cui lo condividiamo a rendere unico quello di cui facciamo esperienza. Sempre. E per sempre. 

AL MARE INSIEME

Portiamo nostra figlia al mare per la prima volta. Non l’ha mai visto da così vicino. Eppure, sono passati più di diciotto mesi da quando l’hai messa al mondo.

Chissà perché abbiamo aspettato così tanto per permetterle di fare esperienza di questo elemento naturale. 

Riusciamo a fare solo due foto dei bambini che sono per la prima volta insieme al mare. Ce n’è una che non possiamo fare, purtroppo.

Lei non fa che ripetere una delle prime parole che ha imparato dopo mamma, papà e nonna: acqua!

Ci avviciniamo a quello di cui si vede circondata e si spaventa un pochino. Si attacca a me. Pasquale è già dentro il mare e ha un suggerimento: “Papà, avvicinala piano piano, così si abitua!” 

Ovviamente ha ragione, perché di lì a poco Giada, sempre attaccata a me, si gode il primo bagnetto nel suo mare.

Qualche schizzo, Pasquale che cerca di stuzzicare la sorellina, un po’ di acqua salata nella boccuccia, ma va tutto bene. Stiamo solo una mezz’oretta prima di tornare a casa tranquilli e senza storie.

Ce l’abbiamo fatta. E ce la faremo, anche se non ho potuto scattare la foto di te che sollevi la tua donnina guardandola con amore, così come hai fatto con Pasquale quando aveva poco più di un anno. Ma ci sei anche tu, sempre.