TRIPLA PUNIZIONE (con audio)

Vado a trovare degli amici, tornati a casa dopo il lieto evento della nascita della loro secondogenita. Non li ho ancora chiamati per far loro gli auguri. Ho aspettato che tornassero a casa.

Dopo quello che ti è successo non mi sento a mio agio  a fare gli auguri subito dopo una nascita. Preferisco aspettare qualche giorno.

Ci mettiamo a parlare. È come se tu fossi con noi. Chiedo alla giovane mamma come mai non abbia dato alla luce la bimba nell’ospedale più vicino. Mi risponde che aveva già deciso di farlo in un posto diverso. Mi dice però che qualche giorno prima è andata a fare un semplice tracciato nello stesso ospedale in cui è nata anche la nostra bambina.

In quell’occasione, qualcuno le ha indirettamente suggerito di ricoverarsi e partorire lì, anche perché il reparto era semivuoto. Ci ricordiamo di quanto è stato pubblicato sui giornali locali nel novembre del 2017 e della conseguente ispezione. Mi dice che molte delle donne in dolce attesa nel suo stesso periodo le hanno detto che avrebbero partorito in un posto diverso. Non possiamo essere certi delle ragioni per cui questo stia avvenendo, ma ne siamo turbati.

Stamattina, appena sveglio, non so perché, ma non faccio altro che pensare  alla storia che ho riletto pochi giorni fa. La disegno e la racconto, anche a te. 

 Nell’audio 42 (Extra 21) la storia intitolata “Tripla punizione”

UN ANNO DOPO (con audio)

Il 5 gennaio 2018, una giornata sicuramente diversa da quella dell’anno precedente.  

Per puro caso, siamo da soli, io e il nostro ometto, proprio come lo eravamo l’anno prima a inizio giornata, quando ci siamo messi a creare festoni per accogliere te e Giada nella casa in cui non hai più rimesso piede.  

Anche quest’anno succedono tante cose, come in un continuo andare avanti, pur tenendoti sempre viva in un angolo luminoso della nostra mente.

Andiamo persino al mare. Ci bagniamo i piedi (le scarpe e i pantaloni), anche se non era in programma. Questo sembra lavare via i pensieri bui, che vanno e vengono dalla mia mente.

Foto di noi due, scattata per caso da Carmen Pontoriero

Più o meno alla stessa ora in cui il tuo cuore ha cessato definitivamente di battere l’anno prima, lui comincia a girare senza sosta intorno al tavolo con un pezzo di pizza in mano. Non riesce a fermarsi. Mi metto a girare anch’io, per fare un po’ come lui prima di guidarlo a sedersi e a calmarsi. 

A fine giornata leggo qualche messaggio. Qualcuno mi scrive di guardare avanti. È quello che sto facendo, ogni giorno: vado avanti, pur continuando a portarti nel cuore e a onorarti, sempre. Credo che tutti noi, che abbiamo avuto la fortuna di conoscerti, continueremo a farlo: sarai per sempre nel nostro cuore. Su questo non ci sono dubbi. Anche se andremo avanti, così come va avanti la vita, momento dopo momento, passo dopo passo.

Nell’audio 41 (Extra 20) alcune delle cose successe il 5 gennaio 2018 Film citati nell’audio: CJ7- Creatura extraterrestre
E.T. – L’extra-terrestre

IN UN UNIVERSO PARALLELO (con audio)

Nel giorno del suo compleanno credo che avresti detto a nostra figlia quello che le mie dita hanno messo per iscritto e che la mia voce ha voluto leggere a voce alta.

Nell’audio 40 ( Extra 19) la lettura a voce alta di questa pagina


Dolcissima Giada,

È passato un anno.

Un anno di baci, carezze, latte, amore, gioia, sorrisi, pianti e tanto altro, che non ho potuto condividere personalmente con te, se non nei primi due giorni della tua vita.

Sono sempre stata accanto a te però, grazie alle persone che più ti amano e che ti stanno aiutando a trasformarti nella splendida donna che sei e sarai.

Considera ogni singolo gesto d’amore che hai scambiato con chi ti sta attorno come qualcosa che tu e io abbiamo fatto insieme.

In questo giorno così speciale per te, così come in ogni giorno della tua vita, io continuerò ad essere al tuo fianco.

Continuerò a ricevere i baci e i pensieri che vorrai mandarmi, così come li mandi ora alla mia foto, attraverso la quale posso donarti ancora il mio sorriso.

Continua sempre a vivere nell’amore!

Ti amo tanto.

La tua mamma dal cielo


A queste parole Giada, con dei bei fiori nelle sue manine e se avesse saputo farlo, ti avrebbe risposto con tutto il suo amore. 


A te,

Mia dolce mamma,

Che mi hai permesso di venire al mondo,

Prendendoti cura di me

In ogni momento che ti è stato concesso.

 Con tanto amore,

Dalla tua Giada.


E tutti noi, il 3 gennaio 2018,  ci saremmo semplicemente messi in posa per la foto che in questa realtà non può che essere un disegno di ciò che è – e sempre sarà – la nostra famiglia.

Forse è quello che proprio in questo istante  sta accadendo in un universo parallelo.

NELLE TERRE SELVAGGE (con video)

Mi torna in mente quella volta in cui abbiamo guardato il film “Into the Wild“.

C’era un ragazzo che voleva bruciare i ponti con la società che lo circondava, perché proprio non la digeriva. Ha rinunciato ai soldi e alla vita agiata. Aveva un sogno: vivere da solo in Alaska. Alla fine ci è riuscito, per un po’, finché non si è reso conto, poco prima di andarsene, che “la felicità non è reale se non è condivisa“.

Ricordo i lacrimoni che hai pianto quando l’abbiamo guardato insieme, così come ricordo le volte in cui mi hai ripetuto quel messaggio sulla felicità. Perché ti dicevo spesso che se te ne fossi andata via prima di me, avrei mollato tutto e sarei andato a vivere in Himalaya, a meditare dalla mattina alla sera.

Non l’ho fatto e non lo farò, perché voglio ancora essere felice, insieme ai nostri figli e alle persone che vorranno continuare a condividere con me questa realtà in cui non ci sei più.

Ripenso spesso al momento bellissimo della nascita di nostra figlia. Alla fine  di quegli sforzi e quei dolori, quelli che solo voi donne potete conoscere e comprendere, ti ho potuto dare la mano della bambina appena nata.

Abbiamo gioito tantissimo e niente e nessuno al mondo ci potrà togliere questa felicità così reale che abbiamo condiviso tu e io, perché rimarrà in noi, per sempre. È solo di quel momento che avrei voluto parlare l’altro giorno a Storie Italiane.

Note: Tiziana aveva 37 anni e, dal momento del travaglio fino alla sua morte, non è mai uscita da quell’ospedale, indipendentemente da ciò che è apparso scritto nella diretta del 19 dicembre 2017, disponibile su Rai Replay (dal minuto ’50). 

SOGNI (con audio)

Il giorno del tuo funerale, uno dei preti che lo avrebbe celebrato – lo stesso che ci ha uniti in matrimonio – mi ha avvicinato e mi ha raccontato una storia.

Un uomo non riesce a sognare la defunta moglie e per questo è arrabbiato. Poi, una sera, la moglie si presenta davanti a lui in camera da letto.
“Ma tu sei qui?”, le chiede il marito, stupito ed emozionato.
“E dove volevi che fossi?”, risponde la donna, luminosa e sorridente.
I due si abbracciano e la donna sparisce.

Ho ripensato spesso a quello che mi aveva raccontato il prete, anche perché proprio il giorno prima ti avevo scritto chiedendoti di venire a trovarmi nei miei sogni e di farmi ricordare di averti sognata.

A differenza dell’uomo della storia, io non ti ho più riabbracciata in carne ed ossa, ma ti ho sognata,  e almeno in tre occasioni me ne sono ricordato al risveglio.

Nell’audio 39 (Extra 18) i ricordi di alcuni sogni

 

TUTTO È POSSIBILE

Ogni giorno faccio del mio meglio per dimostrare loro che tutto è ancora possibile, anche se tu non sei fisicamente accanto a noi.

Fare una semplice passeggiata vicino a casa nostra chiacchierando di tutto quello che ci viene in mente, mentre osserviamo la natura che ci circonda: mare, fiori, piante, insetti e animali. Questo è possibile.

Avere sete e chiedere a una gentile signora un bicchiere d’acqua. Riceverlo, berlo e ringraziare. Questo è possibile.

Fermarci a scambiare due parole con l’anziana contadina che, quando eravamo io e te a fare quel percorso, hai sempre osservato e ammirato mentre lavorava i campi. Questo è possibile.

Metterci a giocare nel bel mezzo del niente  con dei pupazzetti facendo finta di essere degli eroi di fantasia quando in realtà forse siamo noi gli eroi del mondo reale. Questo è possibile.

Dirgli che facciamo una pizza a casa quasi come la facevi tu. Farla io e lui e mangiarcela di gusto. Questo è possibile.

Vederlo scrivere “Papà ti voglio bene” ed emozionarci. Questo è possibile.

Continuare ad averti nel cuore e vivere la vita di ogni giorno, assumendoci i rischi che ci aiutano a crescere. Questo è possibile.

E se questo è possibile in una sola giornata, allora in una vita tutto è possibile, moglie mia e figli miei. Vi amo tanto.

 

LA CANZONE DEL MARE

Ancora una volta in macchina. Stiamo andando a prendere la sua pizza preferita. Mi chiede se tu ci fossi quando abbiamo preso quella pizza per la prima volta.  “Sì, perché l’abbiamo mangiata anche quando ho compiuto quarant’anni e la mamma c’era…”

Mi dice che avrebbe voluto passare più tempo con te.
“Purtroppo è andata così e noi possiamo solo farci forza l’un l’altro, prendendoci cura io di te e tu di me… E della sorellina, ovviamente”. Vuole sapere altri dettagli di ciò che ti è successo. Mi dice che ti avrebbe dato volentieri la sua, di vena, pur di salvarti. “Anch’io”, gli dico, “anch’io”.

Tornati a casa, ci guardiamo un cartone che non è un cartone: è una possibile metafora della nostra storia, di quello che è stato e di quello che potrebbe essere. 

Una madre speciale viene portata via dal mare alla nascita della sua secondogenita. Il marito è triste, assente. Al primogenito, che l’ha conosciuta, manca tantissimo. Appena compie sei anni, la piccola scopre di essere una creatura magica, come lo era la madre. E inizia un’avventura fantastica che porterà il padre, il figlio e la figlia a rincontrare per l’ultima volta la madre, per dirle di non portare via con sé la bambina, che la piccola è tutto quello che hanno di lei, oltre che per esprimere pienamente tutte le emozioni utili ad andare avanti come una famiglia.

L’abbiamo fatto anch’io e il nostro ometto: ci siamo abbracciati, le lacrime che diventavano perle, mentre guardavamo quella bellissima scena della canzone del mare.

Grazie mille a Gertrud che, dopo aver guardato questo lungometraggio poco prima di scoprire della morte di Tiziana, ci ha tenuto a farmelo conoscere.

 

 

UN CONTINUO INCONTRARSI

Una volta mi hai raccontato di qualcuno a cui non piaceva il modo di comportarsi della persona che stava per sposare. “Appena ci sposiamo l’aggiusto io” avrebbe anche detto. “Ma perché lo sposa se non lo accetta così com’è?” ti ho chiesto io.

Non so come sia andata a finire per quella coppia, ma immagino che non sia stato il modo migliore per iniziare quel rapporto speciale che tu e io abbiamo sempre considerato essere il matrimonio: quell’unione in cui due persone crescono insieme, pur mantenendo le loro individualità.

Mi dicevi che ero cambiato, in meglio, da quando ci eravamo sposati. Sono sempre stato un gran disordinato – e lo sono ancora – ma grazie a te ho imparato ad esserlo di meno. E tu, che sei sempre stata così esageratamente ordinata, hai imparato ad accettare che qualcosa a volte poteva essere temporaneamente fuori posto senza che il mondo cessasse di esistere.

Il matrimonio per noi è sempre stato – al di là dell’amore e della passione, degli alti e dei bassi – anche questo: un continuo incontrarsi a metà strada, facendo dei passi l’uno verso l’altra, accettandoci nel nostro percorso di continuo mutamento. Era questo che ci dava la certezza che io e te avremmo continuato a stare insieme, per sempre.

Ed è questo mio accettare le cose come sono e come cambiano che forse mi permetterà di continuare a crescere, nonostante tutto.

I NOSTRI NOMI

“Tiziana”, non ti piaceva quando ti chiamavo così. Da me preferivi essere chiamata in altri modi, ma non con il tuo nome. Nemmeno tu mi chiamavi con il mio, quasi mai.

“Amore mio” è stato l’appellativo che abbiamo usato di più in questi anni, seguito da quel “moglie” o “marito” che a chi qualche volta ci ascoltava poteva sembrare riduttivo, quasi come se volessimo incastrarci nei nostri rispettivi ruoli.

Invece, mi piaceva quel “maritooo” che a volte usavi per richiamare la mia attenzione e  mi è persino capitato di immaginare di riascoltarlo quando ho avuto bisogno di forza, negli ultimi tempi, per continuare a fare del mio meglio.

Me l’avevi detto chiaramente che non ti piaceva quando ti chiamavo Tiziana: era quasi come se  chiamarti come chiunque altro significasse che tu non fossi speciale per me. A volte lo facevo però:  per punzecchiarti ti chiamavo Tiziana, per vedere la tua faccia strana nell’ascoltare il tuo nome pronunciato da me.  Ma alla fine ricominciavo sempre a chiamarti “amore mio” o “moglie”.

E, mentre il tuo nome lo useranno ancora in tanti, parlando di te, della tua vita e della tua storia, io  so che potrò ancora chiamarti diversamente, onorando tutte le esperienze che abbiamo vissuto insieme e il tuo essere speciale.