IN CALABRIA SI CONTINUA A MORIRE DOPO IL PARTO

In Calabria – e in tanti altri posti – si continua a morire dopo il parto, purtroppo. Nel gennaio del 2017 è toccato a Tiziana Lombardo, mia moglie, poco prima che compisse 38 anni. Tempo prima era toccato a Eleonora Tripodi, a soli 32 anni.

Pochi giorni fa, purtroppo,  un’altra giovane mamma, Santina Adamo, alla sua seconda gravidanza (come Tiziana), ha perso la vita dopo il parto. È successo in un ospedale nel quale non c’era un centro trasfusionale né un chirurgo per poter intervenire prontamente. 

Anche se adesso si cercherà in tutti modi di far luce sull’accaduto, così come si sta ancora cercando di fare per la morte di mia moglie, nulla e nessuno potrà restituire alla vita queste  giovani donne che volevano semplicemente vivere il dono della maternità ed essere presenti nella vita dei loro figli e delle loro famiglie.

Ci saranno indagini, indagati, task force (reali o solo annunciate), processi decennali, ma soprattutto ci sarà il dolore indescrivibile di chi vive questa perdita in prima persona, dolore a cui dovrà comunque coesistere la forza di fare del proprio meglio per crescere in modo sano i doni che queste madri hanno lasciato: i loro figli, i nostri figli.

Sono donne morte dopo il parto: Tiziana Lombardo, Santina Adamo, Eleonora Tripodi e tante altre di cui non conosco il nome. Un destino condiviso e l’auspicio che le loro morti possano avere almeno il significato di salvare la vita di altri; che il momento della nascita possa essere solo gioia infinita e non interminabile dolore.

Ricordate i loro nomi e le loro storie.

Ricordateli ogni volta che vedrete una mamma che amorevolmente si prende cura dei propri figli. Ricordate che queste giovani madri non possono più farlo. Per ragioni che, in molti casi,  non ci è dato sapere.

(21 luglio 2019)

LE EMOZIONI PIÙ PROFONDE (con audio)

“Perché sei triste oggi, papà?” mi chiede il mio ometto.
“Si vede, eh?”
“Sì”.

Cambio discorso stavolta, non me la sento di raccontargli che ieri sera ho finito di leggere un libro nel quale si parlava anche di strane esperienze coincidenti con la morte di una persona cara.

Non me la sento di raccontargli che quella mattina, dopo aver fatto la doccia e prima che lui si svegliasse, ho avuto un improvviso dolore al braccio e l’ho ignorato, nonostante mi avesse turbato.

Non me la sento di raccontargli che, dopo aver parlato con te per due volte prima ancora che io partissi per l’ospedale e dopo aver saputo da te che – senza spiegarmene il perché – non eri riuscita a dormire,  sono rimasto ancora a casa a preparare per il tuo rientro mai avvenuto.

Non me la sento di raccontargli che ho saputo solo in seguito che eri messa male già di mattina presto quando eri andata con le tue gambe a far visitare la bambina e che nessuno ha fatto nulla per aiutarti fino a quando poi l’emorragia non è diventata così grave da  non poter essere più ignorata. 

No, oggi non me la sento, ma lo metto per iscritto, in modo che un giorno anche i nostri amati figli possano leggerlo.

È andata così. Poteva andare diversamente, ma non l’ha fatto e allora lascio venire a galla anche queste emozioni più profonde per riempire il vuoto che hai lasciato e per continuare a fare i miei piccoli passi in questa nuova vita senza di te. 

Nell’audio 34 (Extra 13) alcune riflessioni e brani dal libro “La vita dopo un grande dolore” di R. Moody jr. e D. Arcangel


IL DISONORE

C’è un medico che lavora con dedizione e umanità per tutta la sua vita. In molte occasioni è capace di prendere le decisioni giuste, di salvare delle vite umane, ma un maledetto giorno, chissà per quale ragione, commette errori su errori, non riuscendo a leggere i risultati di un’analisi del sangue e non facendo un’ecografia approfondita.

Non riesce a capire la gravità di una richiesta di soccorso, ritardando un intervento che avrebbe potuto salvarti la vita. Quando se ne rende conto è già troppo tardi, si fa prendere dal panico e ti mette paura proprio prima che tu ci saluti per l’ultima volta.

Sebbene qualcuno, mimando il gesto di lavarsi le mani, gli dica che ormai sei nelle mani dei chirurghi e che la responsabilità non è più la sua, decide ugualmente di partecipare all’intervento, pur sapendo che con quella diagnosi e quel ritardo ci vorrebbe davvero un miracolo per salvarti.

Alla fine scoppia a piangere, mi dice che tu non dovevi morire, mi dà le condoglianze. Gli dico di stare zitto: lo so che non dovevi morire e lo sa anche lui.

Può aver lavorato con dedizione e umanità per tutta la vita, ma è bastato l’aver contribuito a causare la tua morte per disonorare un’intera carriera.

Forse anche quel medico sta soffrendo, di certo non come noi, ma non sappiamo ancora se  ha avuto il coraggio di ammettere le proprie responsabilità davanti a chi sta indagando sulla tua morte e di pagare le conseguenze delle sue azioni, recuperando una parte dell’onore che gli resta.

IL PRIMO COMUNICATO SUL CASO DI TIZIANA LOMBARDO

di Francesco Ruffa e Giuseppe Catalano, avvocati

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Le famiglie Libertino/Lombardo, specificano che: alla luce delle prime risultanze dell’autopsia eseguita il giorno 8 gennaio 2017, si precisa che, allo stato attuale, non è stato riscontrato alcun aneurisma dell’arteria splenica che, ad oggi, risulta solamente una delle possibilità diagnostiche da confermare con i successivi esami istologici valutati e confrontati unitamente all’esame di tutta la documentazione sanitaria sequestrata e già in possesso dell’A.G. procedente.

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