LA VASCA DA BAGNO

Immaginate di avere una vasca da bagno piena d’acqua.

Togliete il tappo. Il livello dell’acqua scenderà velocemente se non farete qualcosa, ma non riuscite ancora a trovare il tappo.

Allora aprite il rubinetto. Il livello dell’acqua scenderà molto più lentamente.

Alla fine trovate il tappo e lo mettete al posto giusto. Il livello dell’acqua si fermerà, e tenendo il rubinetto aperto raggiungerà il livello ideale.

Fermatevi un attimo.  

Immaginate ora che la vasca sia una persona, una persona che amate, oppure una vostra paziente se siete un medico.

Immaginate che l’acqua sia il suo sangue e che il buco da cui fuoriesce l’acqua sia la lesione che provoca l’emorragia.

Immaginate che il rubinetto aperto siano le trasfusioni e i farmaci che potrebbero mantenere il livello di sangue adeguato a far funzionare il suo cuore.

Immaginate che il tappo siano i chirurghi che fermano l’emorragia.

Lo avete immaginato?

E ora rispondete a questa domanda:

Prima di trovare e mettere  il tappo, voi cosa fareste?

IL CUCCIOLO DI TIGRE (con audio)

Camminando su una strada mai percorsa prima, dove tutto è per me sconosciuto, comincio ad accettare le cose per come sono, comincio mio malgrado ad accettare la tua assenza, cambio quello che posso cambiare e vado avanti a proteggere e a guidare i nostri cuccioli, un passo alla volta, nel percorso verso la loro indipendenza in questa vita che può essere ancora meravigliosa, mentre incontro ostacoli da superare e frutti da raccogliere.

Alcuni ostacoli posso affrontarli facilmente, altri so che forse prima o poi potrò aggirarli, anche con l’aiuto inconsapevole di tutto ciò di cui faccio esperienza giorno per giorno. E  come me, anche le creature che abbiamo tanto desiderato potranno farlo, un po’ come il cucciolo di tigre, protagonista della storia letta pochi giorni fa sul libro di Alba Marcoli, “Il bambino lasciato solo”.

Nell’audio 44 (Extra 23) la storia del cucciolo di tigre

 

 

LA CANZONE DEL MARE

Ancora una volta in macchina. Stiamo andando a prendere la sua pizza preferita. Mi chiede se tu ci fossi quando abbiamo preso quella pizza per la prima volta.  “Sì, perché l’abbiamo mangiata anche quando ho compiuto quarant’anni e la mamma c’era…”

Mi dice che avrebbe voluto passare più tempo con te.
“Purtroppo è andata così e noi possiamo solo farci forza l’un l’altro, prendendoci cura io di te e tu di me… E della sorellina, ovviamente”. Vuole sapere altri dettagli di ciò che ti è successo. Mi dice che ti avrebbe dato volentieri la sua, di vena, pur di salvarti. “Anch’io”, gli dico, “anch’io”.

Tornati a casa, ci guardiamo un cartone che non è un cartone: è una possibile metafora della nostra storia, di quello che è stato e di quello che potrebbe essere. 

Una madre speciale viene portata via dal mare alla nascita della sua secondogenita. Il marito è triste, assente. Al primogenito, che l’ha conosciuta, manca tantissimo. Appena compie sei anni, la piccola scopre di essere una creatura magica, come lo era la madre. E inizia un’avventura fantastica che porterà il padre, il figlio e la figlia a rincontrare per l’ultima volta la madre, per dirle di non portare via con sé la bambina, che la piccola è tutto quello che hanno di lei, oltre che per esprimere pienamente tutte le emozioni utili ad andare avanti come una famiglia.

L’abbiamo fatto anch’io e il nostro ometto: ci siamo abbracciati, le lacrime che diventavano perle, mentre guardavamo quella bellissima scena della canzone del mare.

Grazie mille a Gertrud che, dopo aver guardato questo lungometraggio poco prima di scoprire della morte di Tiziana, ci ha tenuto a farmelo conoscere.